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Le nostre uve nella storia

La Garganega

Il vitigno a bacca bianca della Garganega è ritenuto autoctono dei Colli Berici e cresce tra le province di Padova, Vicenza e Verona e la sua presenza abbraccia un largo territorio che parte dal Garda e arriva fino alla fine dei Colli Berici, sconfinando nel padovano sui Colli Euganei. La sua piena maturazione viene raggiunta in ottobre, quando la sua buccia gialla e coriacea assume sfumature di rosso anche deciso.
Intorno al 1200 si parla della Garganega in un celebre trattato di Pietro de’ Crescenzi, ma è certo che tracce di questo nome e del relativo vitigno vi fossero almeno dall’anno 1000 e che si sia sviluppata grazie agli Etruschi che la introdussero in Italia.
Molti studiosi ritengono che la Garganega sia vicina per caratteristiche ad altri vitigni, come quello sardo del Nagarus, il Prosecco veneto o il Grecanico diffuso in Sicilia e Puglia, probabilmente introdotto in meridione dalla Grecia.
Una delle caratteristiche giunta fino a noi quasi intatta, è la differenza tra alcuni cloni fondamentali: una sottovarietà Femina, molto fruttifera, e una Mascula, praticamente sterile.

Recenti studi genetici ne hanno verificato, oltre alle analogie con il Grecanico, delle similitudini anche con la Malvasia de Manresa, un vitigno spagnolo quasi estinto.
In vari trattati le uve dorate della Garganega sono ritenute ideali queste per la produzione dei dolci e dei passiti.
La Garganega coltivata sui terreni vulcanici dei Colli Berici ha note minerali molto spiccate ed è ritenuta in genere un’uva molto versatile grazie alla sua piacevolezza al palato.
La Garganega dei Colli Berici custodisce nel suo bouquet un piccolo patrimonio di profumi, tra cui spiccano nitidamente la mandorla e i fiori bianchi, con note floreali di bucaneve, sicomoro e sambuco mentre la sua acidità non è preponderante e in equilibrio con la sua sapidità.
L’abbinamento ideale con la Garganega dei Colli Berici è con piatti della tradizione vicentina come il baccalà, i bigoli con la sardèa o la pasta con il ragù bianco, ma è anche un ottimo vino da aperitivo.

Il Tai Rosso

Il Tai Rosso dei Colli Berici è un vitigno autoctono a bacca nera tipico di questa zona di Vicenza. Studi recenti hanno rivelato che questo vitigno, chiamato fino al 2007 Tocai Rosso, trova le sue antiche origini nelle terre spagnole di Aragona, dove era noto come Garnacha, e da qui arrivò in Sardegna, dove prese il nome di Cannonau, per arrivare in seguito in Francia, dove veniva chiamato Grenache.
È un vino dal colore rosso rubino con

un bouquet ampio con note di ciliegia, lampone, viola e spezie, tannino delicati e un elegante retrogusto di mandorle e rosa canina. L’ abbinamento perfetto del Tai Rosso si collega perfettamente con la tradizione culinaria vicentina con piatti tipici come polenta e baccalà alla vicentina o con taglieri con soprèssa e formaggi tipici vicentini come l’Asiago.

In passato l’uva del vitigno del Tai Rosso dei Colli Berici era conosciuta anche col nome di “uva marangona” o “uva del vescovo”, per via di due leggende popolari diverse che circolavano in giro all’epoca.
La prima storia è ambientata a metà del 1700 e racconta di un falegname, in dialetto veneto “marangòn”, che sotto il dominio dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che tra i suoi possedimenti vantava anche il regno Lombardo-Veneto, dopo aver combattuto per il regno Austro-Ungarico nella zona ungherese del Tocaji, di ritorno dalla battaglia abbia portato alcune barbatelle di Tai Rosso al suo paese natìo, Barbarano Vicentino, dove grazie alle caratteristiche climatiche il vitigno si sviluppò e diffuse sui Colli Berici. Da qui nasce il suo appellativo di “uva del marangòn”.
La seconda leggenda invece riguarda il soprannome di “uva del vescovo” e fa risalire il Tai Rosso all’epoca del dominio vescovile in questa zona dei Colli Berici. Si narra che durante uno dei suoi numerosi viaggi ad Avignone, che nel 1300 era sede del Papato, alcuni prelati abbiano avuto in dono alcune viti provenzali del Vaucluse, mettendole a dimora nei terreni intorno a Barbarano Vicentino una volta ritornati e diffondendo il Tai Rosso in questa parte del territorio vicentino rendendolo interprete fedele del suo terroir.
Per quanto affascinanti si tratta però solo di leggende popolari. È infatti più probabile che il Tai Rosso sia stato importato nella seconda metà dell’Ottocento quando i Veneti, da esportatori di vino quali erano al tempo, furono costretti invece a diventare grandi importatori a seguito della massiccia distruzione dei vigneti causata dalla peronospora e dalla fillossera, nel tentativo, successivamente riuscito, di reintegrare il patrimonio viticolo mettendo a dimora i vitigni che ora conosciamo come internazionali, molti dei quali francesi, come il Cabernet, il Merlot, il Sauvignon o il Pinot.
Studi molto recenti rivelano più semplicemente che il Tai Rosso probabilmente esiste da sempre sui Colli Berici, magari sotto diverso nome, e che provenisse dal ceppo di Schiave, molto diffuse nel vicentino, prendendo il nome di Tocai Rosso nell’Ottocento, per richiamare il nome un vino bianco ungherese molto in voga sulle tavole dei ricchi di quei tempi.

Carmenère Colli Berici Doc

Proprio qui sui Colli Berici si trova il vigneto Carmenère più esteso d’Italia, un vitigno a bacca nera di origine bordolese proveniente dalle terre del Médoc per lungo tempo confuso con il Cabernet Franc e il Merlot, a cui si è cercato di rendere giustizia solo recentemente.
Si pensa che il vitigno Carmenère derivi dall’antica “vitis biturica”, vitigno di origine albanese introdotto in Francia dai Romani, anche se già nel 71 a.C. Plinio il Vecchio racconta come fosse coltivato dalla tribù celtica dei Biturigi.
Il nome Carmenère potrebbe avere origine da “carminio”, a causa del color porpora intenso del vino ottenuto dalle sue uve. Da questa vite derivano tutti i vitigni Bordolesi, anche se durante il XIX secolo la sua coltivazione in Francia ha rischiato di sparire a causa prima della filossera e successivamente dell’acinellatura, a cui questo delicato vitigno è soggetto.
In Italia il vitigno Carmenère è diffuso sia in Veneto che in Friuli, dove in passato è stato introdotto perché confuso con il Cabernet Franc.
Il vino Carmenère ha un colore rosso rubino molto intenso e un profumo ricco, mentre al palato ha un lieve sentore erbaceo fresco e asciutto dove spiccano frutti di bosco, con particolare accento su lampone e ciliegia matura, un gusto morbido e rotondo e un leggero tono minerale.
Il Carmenère è perfetto in abbinamento con piatti a base di carne come il pollo arrosto, il brasato o il bollito misto.

Manzoni 6.0.13

Il Manzoni bianco 6.0.13 nasce da uno dei numerosi tentativi del professor Luigi Manzoni, agronomo e preside della Scuola Enologica di Conegliano negli anni Trenta, di sviluppare un miglioramento genetico delle viti a bacca bianca e nera mediante incroci e ibridazioni come soluzione per contrastare molte nuove malattie parassitarie che si stavano diffondendo all’epoca gettando in

profonda crisi il mondo della vitivinicoltura. Insieme ad un altro insegnante, il professor Dalmasso, Manzoni condusse diversi esperimenti già a partire dal 1924, ma solo alcuni di essi raggiunsero i risultati sperati. Negli anni Quaranta e Cinquanta in Veneto presero piede le colture di Manzoni 2.50 e 1.50, particolarmente versatili e resistenti.

Il professor Manzoni introdusse un metodo di classificazione che ancora oggi caratterizza il nome di vitigno di provenienza e vino.
Le prime sperimentazioni avvenute tra il 1924 e il 1930 furono classificate con due numeri, il primo stava a indicare il numero di filare e il secondo quello del ceppo sul filare, mentre la seconda parte di combinazioni, avvenute tra il 1930 e il 1935, furono indicate da tre cifre, di cui quella centrale è sempre lo zero.
Successivamente in uno dei suoi numerosi tentativi utilizzò come parentali una varietà di vite internazionale e una autoctona trevigiana, il Riesling Renano e il Pinot Bianco, dando così vita al vitigno autoctono trevigiano Manzoni 6.0.13, oggi coltivato in molte parti del territorio nazionale.
Sulle pendici collinari tra Longare e Costozza, coltiviamo le viti per realizzare il nostro Manzoni Bianco 6.0.13, facendole godere di un’ottima esposizione a sud. Ai primi si settembre raccogliamo a mano le preziose uve, che seguono successivamente una fase di pressatura soffice, sedimentazione statica con inoculo su limpido di lieviti selezionati. In seguito lo lasciamo fermentare per un periodo che va dai 12 ai 15 giorni, cui segue la fase di affinamento in acciaio sui lieviti per almeno 5 mesi in cui eseguiamo il batonage una volta alla settimana.
Il nostro Manzoni Bianco 6.0.13 è il nostro orgoglio, già riconosciuto come medaglia d’oro nel 2017 nella categoria vini bianchi tranquilli nella rassegna Enoconegliano, il celebre concorso enologico regionale sulla selezione dei vini veneti.
Il nostro Manzoni 6.0.13 è un vino con un perfetto equilibrio tra aromaticità, acidità e sapidità, con un bouquet profumato di fiori dolci e il richiamo alla frutta a polpa bianca e gialla, ottimo accostamento con ricette tradizionali come uova e asparagi, risi e bisi di Lumignano, il broccolo fiolaro di Creazzo o la trota di torrente.

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